Falconeri: odissea per i clienti

21 gennaio 2020

La mia esperienza con il servizio clienti: come non fare marketing

Falconeri è un marchio italiano specializzato nella realizzazione di maglieria.


I fatti: effettuo un ordine online dal loro sito

Il 7 gennaio 2020 ho effettuato da Verona un ordine online sul sito di Falconeri per acquistare un regalo di compleanno per mia sorella, che compie gli anni verso fine mese. Quindi, con largo anticipo.
Come promesso l'azienda spedisce dopo due giorni il pacco, scegliendo come corriere SDA.
Avvicinandosi la data del compleanno inizio a preoccuparmi che il pacco non arrivi. Sul link indicato per seguire la spedizione si va a finire su SDA, un sito di pessima grafica, nel quale appare il mio pacco come in giacenza a Mantova e bloccato perchè il corriere non ha trovato per 3 volte il destinatario.
In realtà il corriere a casa mia non è mai arrivato anche perché sono stato sempre a casa e a riprova di ciò il corriere non ha mai lasciato alcun biglietto di tentata consegna.
Inizia la mia odissea con questi passaggi. La descrivo e poi traiamo qualche conclusione utile per fare marketing, anzi, per come non fare marketing e perdere clienti.


1 tentativi con SDA. Le Poste Italiane non si smentiscono mai.

1. Provo a telefonare al servizio consegne di SDA per sbloccare il pacco, ma il sito di SDA mostra una pagina bianca per 2 giorni. Di fatto è irraggiungibile.
Finalmente dopo alcuni giorni di tentativi riesco a trovare il numero verde di SDA.
Un risponditore automatico mi chiede il numero di tentata consegna, che non posso avere, non avendo mai lasciato il corriere alcun segno del suo passaggio.
Di fatto SDA non è raggiungibile in alcun modo. 
2. Cerco sul sito di Falconeri un numero da telefonare: quello che appare in home risulta insesistente (scopro poi che è il numero di partita iva).
3. Trovo la pagina servizio clienti dalla quale si può o scrivere una mail o telefonare ad un numero verde. Lo compongo e dall'altra parte risponde una voce automatica che dice che qualcuno dalla Croazia mi risponderà. Resto in attesa 10 minuti, ma nulla. Riprovo per 10 volte in orari diversi e giorni diversi. Nulla.
4. Scrivo allora una mail a Falconeri e mi risponde una certa Gina (nome di fantasia), che "abbiamo provveduto a svincolare il suo ordine, e dovrebbe essere consegnato a breve". No scuse.
5. Passano i giorni e il pacco non arriva.
6. Scrivo altre due volte via mail e ricevo la stessa risposta: evidentemente la risposta è un copia incolla, senza che alcuno si stia occupando della cosa.
7. Avendo già pagato e avvicinandosi la data del compleanno, inizio a spazientirmi.
8. Cerco di nuovo sul sito se esiste un numero di telefono al quale possa rispondere una persona fisica, ma nulla.
9. Non sapendo più cosa fare decido di andare in centro, al negozio di Falconeri, se non altro per parlare con qualcuno e farmi dare un numero di telefono da chiamare. Il mio pacco è fermo e nessuno se ne sta occupando.
10. Vado la negozio in centro alle 9.30. Alle 9.45 arrivano le 2 commesse, ma dopo mia breve spiegazione, mi lasciano fuori sotto la pioggia perchè loro devono aprire il negozio alle 10.
11. Alle 10 entro e le commesse si rifiutano di darmi qualsiasi numero di telefono. Niente scuse. Niente aiuto.
12. Torno a casa molto umiliato e cerco in Internet un numero di telefono di Falconeri. Mi risponde un negozio del Centro Italia e mi danno il numero di Calzedonia, raccomandandomi di dire che noi non ci siamo mai conosciuti.
13. Finalmente il sabato sera (la domenica è il compleanno e dovevo consegnare il regalo), riesco a trovare un numero verde interno per la comunicazione tra negozi. Mi risponde un gentilissimo signore croato che finalmente si scusa e mi dice, però, che il pacco sarà sbloccato solo il lunedì successivo. Peccato per la scadenza del compleanno. La figuraccia è assicurata.
14. Il lunedì successivo il corriere SDA riprova, ma questa volta non c'è alcuno in casa: contattato per telefono (ha lasciato finalmente un biglietto) dice che nel pomeriggio il servizio non è attivo. Si consegna solo al mattino. Chi lavora si arrangi!
15. Il giorno seguente vado di persona alla sede di SDA (un posto abbastanza irraggiungibile sotto il cavalcavia dell'A22) e ritiro il sospirato pacco.
16. Vado a casa, apro il pacco e scopro che il biglietto di auguri precompilato è stato stampato con un errore: al posto di & c'è scritto & come si usa con i codici del web. Nemmeno rileggono ciò che stampano.
17. Telefono infine a Falconeri passando per Calzedonia e parlo con il responsabile vendite. Molto comprensivo... finalmente! Ma ormai il danno è fatto. Fine della storia.
Alla fine mia sorella passa da casa mia e finalmente riceve il suo dono.

Considerazioni su come trattare un cliente

Posto che Falconeri ha perso in modo scientifico un cliente, trattato come una nullità, vediamo di trarne qualche insegnamento utile per noi e il nostro business:
1. La prima cosa da fare è rendere chiaramente visibile su un sito come fare a contattare una ditta. Non è possibile dover cercare a fatica mail, numeri di telefono, indirizzi. Di che cosa avete paura?
2. Se ci sono riferimenti questi devono essere attivi. Se al numero verde di assistenza clienti non risponde nessuno, ebbene, forse la ditta appaltata è da cambiare..., non ti pare?
3. La prima risposta al cliente devono essere subito delle scuse (qualcosa comunque sta andando per il verso sbagliato) anche se non si sa di chi sia la colpa. Il disagio del cliente è una ferita per la ditta. Sempre.
4. Quando un cliente scrive 3 mail allo stesso servizio clienti, è già un naufragio per la ditta. Il problema va risolto alla prima.
5. Se la spedizione fallisce, il problema dev'essere risolto dal mittente e non dal destinatario (questo è il contrario di quello che mi hanno spiegato le commesse del negozio del centro. Forse c'è bisogno di formare meglio il personale su queste procedure).
6. Le scuse senza se e senza ma del croato al telefono hanno salvato tardivamente la situazione. Al cliente non serve molto per rasserenarsi: basta sentire che è stato trattato con giustizia.
7. Una volta ripresi i contatti la ditta in questione poteva salvare il cliente semplicemente dando un buono all'ultimo minuto per acquistare in un negozio fisico lo stesso capo, in modo da salvargli la faccia e non perderlo del tutto. Quando hai perso un cliente, lo hai perso per sempre. Lui e tutti coloro che gli sono amici. Perdere un po' di euro una volta costa molto di più.

Spero che queste cose non accadano più non solo al sottoscritto, e nemmeno a chi crede ancora nell'e-commerce e si affida ad esso. Il danno che ha fatto Falconeri supera i suoi confini. Toglie la fiducia nella capacità delle aziende di usare la tecnologia in modo umano.
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Ci sono cascato anch'io. Su LinkedIn ho letto una Bustina di Minerva di Umberto Eco sull'intelligenza artificiale, datata 2010, e l'idea mi è sembrata subito buona. Così buona che volevo scriverci sopra la newsletter. Ho aperto Claude per farmi dare qualche spunto e la prima risposta è stata: attenzione, è un falso. Eco non l'aveva mai scritta. L'aveva costruita Ciro Ascione dialogando con ChatGPT, come una performance, e in tanti l'hanno presa per vera. Io ero tra quelli. Nessuno mi ha ingannato con un trucco sofisticato. Mi sono fermato prima di cominciare a pensare. Ho guardato il timbro Il motivo è semplice e un po' imbarazzante. Ho guardato il timbro. C'era un nome autorevole e una piattaforma di cui mi fidavo, e la frase mi dava ragione. Per una vita ho usato così la fiducia: leggo dove è scritto, guardo chi firma, e se il timbro mi convince mi fermo lì. È un risparmio di fatica, certo. Ma funziona solo finché i timbri costano. Adesso non costano più. Un testo in voce di Eco, con testata, data e un tono perfettamente plausibile, si fabbrica in una conversazione. Anzi, quel falso funzionava proprio perché diceva cose giuste. Se fosse stato sciocco, nessuno l'avrebbe condiviso. E su LinkedIn, ormai, mi capita sempre più spesso di non sapere se un post l'ha scritto una persona o un modello (non è un dato, è un'impressione, ma da quel che leggo è plausibile). Basta quella a cambiare il modo in cui leggo. Esempio concreto: un consulente che deve preparare un'analisi per un cliente trova una citazione perfetta, di un autore stimato, con tanto di anno e rivista. La mette in apertura. Il cliente annuisce, perché riconosce il nome, e la riunione prosegue. Nessuno dei due ha controllato niente, e va bene finché la citazione è vera. Il problema è che il meccanismo era sempre quello, magari la fonte era buona, magari no, ma nessuno guardava. Per chi vive di parola e di competenza, come me e come molti di voi, la fiducia è l'unico capitale che non si ricompra. Una citazione sbagliata, firmata col tuo nome, pesa più di molte citazioni giuste messe in fila. L'indirizzo della fiducia Qui sta il punto. Non è che mi fido di meno, è che ho cambiato l'indirizzo della fiducia. Prima la davo al luogo in cui leggevo: il giornale, la piattaforma, la firma. Oggi la do alle persone: a chi me lo racconta, a chi conosco, a chi posso guardare in faccia e interrogare. Insomma, al passaparola. Quello vecchio, quello da bar, che avevamo scambiato per un residuo del passato. Una seconda voce  La cosa che mi ha fatto sorridere è un'altra. A smascherare il falso non è stato un amico. È stata un'AI. Non l'avevo nemmeno interpellata per verificare: le avevo chiesto idee. Ma l'ha fatto lo stesso, perché le avevo parlato come a una seconda voce e non come a un distributore di contenuti. Ecco cosa ho portato a casa. Prima di scrivere, prima di citare, prima di inoltrare, passo il testo a una seconda voce: un collega di cui mi fido, oppure un'AI usata da revisore e non da fonte. Stavolta ho avuto fortuna. La prossima volta preferisco avere un'abitudine. Un timbro si fabbrica. Uno sguardo no. Resta una scomodità che non so ancora sistemare: il falso l'ha smascherato una macchina, e lo sguardo umano da solo non mi basta più. Senza, però, non mi basterebbe nemmeno. Ci ragiono ad alta voce, ogni settimana. Se ti va, iscriviti alla newsletter e passa dal mio canale YouTube: il resto lo costruiamo insieme. https://www.youtube.com/@andreabrugnoli
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Nel 1997 Steve Jobs tornò in Apple e fece una cosa che nessun consulente avrebbe mai avuto il coraggio di consigliare: cancellò il 70% dei prodotti. Non li ottimizzò, non li riposizionò, non ci costruì sopra una strategia di rilancio. Li tolse. E solo dopo quella sottrazione radicale emerse con chiarezza cosa valeva davvero. Non stava accelerando Apple. La stava svuotando. C'è una logica in quel gesto che vale molto oltre la biografia di un CEO: il problema non era aggiungere qualcosa di nuovo sopra quello che c'era. Era riconoscere che quello che c'era impediva di vedere cosa serviva. Oggi i professionisti si trovano esattamente in quella posizione. Solo che quasi nessuno se ne accorge. L'intelligenza artificiale è arrivata nei flussi di lavoro di avvocati, consulenti, commercialisti, formatori. La usano. La usano davvero. E però la innestano sopra i processi di prima : stessa logica, stessa sequenza, stessa identità professionale invariata. Il risultato è più velocità. Non più intelligenza. Fanno le stesse cose di prima, solo più in fretta. È un guadagno, certo. Ma è un guadagno di efficienza in un momento che chiede qualcosa di più profondo: un ripensamento. Perché il vero ostacolo non è tecnologico. È cognitivo. Imparare uno strumento nuovo è difficile, ma lineare: c'è un percorso, ci sono tutorial, ci sono corsi. Abbandonare un modo di lavorare che ha funzionato per anni, che ha costruito una reputazione, che è diventato identità professionale: questo è un'altra cosa. Richiede di fare spazio prima di riempirlo. Richiede di togliere, non di aggiungere. E togliere fa paura, perché nel vuoto non si vede ancora cosa ci andrà dentro. Eppure è esattamente lì che si trova il punto di svolta. Ecco, volevo dirtelo: ci sono passato pure io e so che non è affatto scontato. Per esempio, anche il mio sito personale era lì non modificato da anni. Come nell'era prima dell'AI. Per questo ho voluto rifarlo daccapo. Ho tolto tutto quello che facevo bene, ma che non era più la cosa urgente. Non per eleganza, non per rebranding. Per chiarezza: su cosa conta adesso, su chi voglio aiutare, su come. Il nuovo sito è andreabrugnoli.it. È la forma visibile di una sottrazione. È un bel processo mentale che ti invito a fare. La domanda che ti lascio è una sola: nel tuo lavoro, stai aggiungendo l'AI a quello che già fai? O stai avendo il coraggio di chiederti cosa, di quello che fai, ha ancora senso fare? Sono due domande diverse. Portano in posti molto diversi. Scrivimi nei commenti come la pensi. Mi interessa! Ogni settimana esploro questi temi nella newsletter e sul canale YouTube: se vuoi ragionarci insieme, il posto è youtube.com/@andreabrugnoli
Autore: Andrea Brugnoli • 6 aprile 2026
Per anni forse l’avevo usata come si usa un motore di ricerca con la laurea. Domanda, risposta, prossima domanda. Veloce, efficiente, rassicurante. Così oggigiorno uso Perplexity. Avevo l'impressione di sapere già cosa volevo e di ricevere esattamente quello. Poi un giorno usando Claude di Anthropic mi sono accorto di una cosa strana: stavo cercando di spiegarle qualcosa di complesso, un progetto ancora nebuloso nella mia testa, e a un certo punto ho smesso di darle istruzioni. Ho iniziato a parlarle. Come si parla a qualcuno che capisce davvero cosa hai in mente, anche quando tu stesso non lo hai ancora del tutto chiaro. Da quel momento qualcosa è cambiato nel modo in cui lavoro con lei. Ora non le chiedo più. Da tempo. Ci ragiono insieme. E questo, lo ammetto, mi costa molto di più. Non in tempo, ma in testa. Richiede una presenza cognitiva continua, una chiarezza strategica che prima non mi era necessaria perché delegavo anche il pensiero. Adesso no. Adesso devo sapere dove voglio andare, anche quando non so ancora come arrivarci. A volte non lo so nemmeno all'inizio, e lo scopriamo insieme, strada facendo. Ho ripensato alla maieutica di Socrate. L'ostetrica che non partorisce al posto tuo, ma crea le condizioni perché tu possa farlo. L'AI funziona così, quando la si usa bene: non dà le risposte migliori quando le fai le domande migliori. Le dà quando ti fa lei le domande giuste. Quando ti costringe a precisare, a scegliere, a escludere. Quando il dialogo diventa il metodo, non solo il mezzo. C'è una cosa che mi ha colpito di questa transizione: ho smesso di sentire i limiti dei task. Non perché l'AI faccia tutto, ma perché ho capito che il vero lavoro è a monte. Preparare i dati nel modo giusto. Costruire il contesto. Capire come ragiona per poterla guidare quando cala, e riconoscere quando invece è inutile insistere. È una competenza nuova, che non ha un nome ancora, ma che assomiglia molto a saper dirigere senza suonare. Mi chiedo quante persone la stiano ancora usando come un Google più costoso e più educato. E non lo dico con superiorità, perché anch'io ci sono rimasto a lungo. Lo dico perché quella modalità ha un tetto bassissimo, e il tetto non è dell'AI. L'AGI, quando arriverà, non sarà la macchina che finalmente pensa al posto nostro. Sarà quella che formula la domanda giusta prima ancora che noi la concepiamo. Quella che anticipa il bisogno. Per ora siamo ancora noi a doverlo fare. E forse è questo il punto: il momento più interessante di una tecnologia non è quando ci solleva dal pensiero. È quando ci obbliga a pensare meglio. Se queste riflessioni ti parlano, iscriviti alla newsletter e passa dal canale YouTube: youtube.com/@andreabrugnoli. Ci ragiono ad alta voce, ogni settimana.
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