DUNQUE, DOVE ERAVAMO RIMASTI?

31 agosto 2018

Apre oggi un nuovo blog: tutto sulla filosofia digitale

Ebbene sì. Esiste davvero la filosofia digitale. Perché esistiamo noi in questo mondo e il mondo è diventato tutto ad un tratto digitale.

Tutto è digitale

Ormai il digitale ci pervade ovunque: i panorami vengono immortalati con gli smartphone che trasformano l'analogico cielo azzurro in miriadi di tonalità di blu discrete. Quindi, in tonalità ripetibili sui nostri innumerevoli schermi. Chi guarda più il cielo senza vederlo come da un telefonino? Ormai i nostri occhi si sono abituati allo sguardo 16:9!
Anche l'orecchio non distingue più l'analogico dal digitale, tanto si assomigliano. I suoni che provengono da un viso pieno di espressioni (non emoji!), sono digitalizzati e trasmessi via etere (in realtà è tutto elettricità) ad apparecchi meccanici che ritrasformano i byte in movimenti di una piccola membrana che cerca di imitare il suono analogico. Tutto in un istante e con il nostro telefonino!

Questo trasforma il nostro modo di vedere il mondo

La filosofia digitale è quella parte di filosofia che studia questo impatto, appunto digitalizzando, cioè separando in piccolissimi byte (0-1) il reale che ci circonda. È un metodo che ha portato incredibili vantaggi dal punto di vista tecnico (e non solo) e che non è stato utilizzato quasi mai, invece, in filosofia. Il mondo decostruito e ricostruito è replicabile, utilizzabile, potenziato. Ma che legami ha con il nostro mondo reale? E non sono reali anche Internet, i Social, i nostri schermi, le relazioni che si fanno e si disfano in rete?

Un blog per tutto questo

Sì, ho deciso di rompere gli indugi e di pubblicare un blog dedicato al tema, perché la questione è fondamentale per la vita di milioni di uomini e donne che convivono senza troppo pensarci su con la tecnologia. Da una parte sono diffidenti, dall'altra la usano per cose basilari senza impicciarsi di come, in realtà, questa abbia un effetto spropositato nella nostra vita.
Ho pubblicato un Podcast che ti invito a seguire: lo vedi nel link sopra. Si chiama " La mia vita spaziale", perché vorrebbe aiutarti a fare della tecnologia più avanzata il pane quotidiano nelle azioni normali di tutti i giorni. Al lavoro e in casa. In famiglia e nelle proprie relazioni.
Ti invito ad ascoltarlo, ad iscriverti e lasciarmi i tuoi suggerimenti e commenti.
Dunque... partiamo!

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Ci sono cascato anch'io. Su LinkedIn ho letto una Bustina di Minerva di Umberto Eco sull'intelligenza artificiale, datata 2010, e l'idea mi è sembrata subito buona. Così buona che volevo scriverci sopra la newsletter. Ho aperto Claude per farmi dare qualche spunto e la prima risposta è stata: attenzione, è un falso. Eco non l'aveva mai scritta. L'aveva costruita Ciro Ascione dialogando con ChatGPT, come una performance, e in tanti l'hanno presa per vera. Io ero tra quelli. Nessuno mi ha ingannato con un trucco sofisticato. Mi sono fermato prima di cominciare a pensare. Ho guardato il timbro Il motivo è semplice e un po' imbarazzante. Ho guardato il timbro. C'era un nome autorevole e una piattaforma di cui mi fidavo, e la frase mi dava ragione. Per una vita ho usato così la fiducia: leggo dove è scritto, guardo chi firma, e se il timbro mi convince mi fermo lì. È un risparmio di fatica, certo. Ma funziona solo finché i timbri costano. Adesso non costano più. Un testo in voce di Eco, con testata, data e un tono perfettamente plausibile, si fabbrica in una conversazione. Anzi, quel falso funzionava proprio perché diceva cose giuste. Se fosse stato sciocco, nessuno l'avrebbe condiviso. E su LinkedIn, ormai, mi capita sempre più spesso di non sapere se un post l'ha scritto una persona o un modello (non è un dato, è un'impressione, ma da quel che leggo è plausibile). Basta quella a cambiare il modo in cui leggo. Esempio concreto: un consulente che deve preparare un'analisi per un cliente trova una citazione perfetta, di un autore stimato, con tanto di anno e rivista. La mette in apertura. Il cliente annuisce, perché riconosce il nome, e la riunione prosegue. Nessuno dei due ha controllato niente, e va bene finché la citazione è vera. Il problema è che il meccanismo era sempre quello, magari la fonte era buona, magari no, ma nessuno guardava. Per chi vive di parola e di competenza, come me e come molti di voi, la fiducia è l'unico capitale che non si ricompra. Una citazione sbagliata, firmata col tuo nome, pesa più di molte citazioni giuste messe in fila. L'indirizzo della fiducia Qui sta il punto. Non è che mi fido di meno, è che ho cambiato l'indirizzo della fiducia. Prima la davo al luogo in cui leggevo: il giornale, la piattaforma, la firma. Oggi la do alle persone: a chi me lo racconta, a chi conosco, a chi posso guardare in faccia e interrogare. Insomma, al passaparola. Quello vecchio, quello da bar, che avevamo scambiato per un residuo del passato. Una seconda voce  La cosa che mi ha fatto sorridere è un'altra. A smascherare il falso non è stato un amico. È stata un'AI. Non l'avevo nemmeno interpellata per verificare: le avevo chiesto idee. Ma l'ha fatto lo stesso, perché le avevo parlato come a una seconda voce e non come a un distributore di contenuti. Ecco cosa ho portato a casa. Prima di scrivere, prima di citare, prima di inoltrare, passo il testo a una seconda voce: un collega di cui mi fido, oppure un'AI usata da revisore e non da fonte. Stavolta ho avuto fortuna. La prossima volta preferisco avere un'abitudine. Un timbro si fabbrica. Uno sguardo no. Resta una scomodità che non so ancora sistemare: il falso l'ha smascherato una macchina, e lo sguardo umano da solo non mi basta più. Senza, però, non mi basterebbe nemmeno. Ci ragiono ad alta voce, ogni settimana. Se ti va, iscriviti alla newsletter e passa dal mio canale YouTube: il resto lo costruiamo insieme. https://www.youtube.com/@andreabrugnoli
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Nel 1997 Steve Jobs tornò in Apple e fece una cosa che nessun consulente avrebbe mai avuto il coraggio di consigliare: cancellò il 70% dei prodotti. Non li ottimizzò, non li riposizionò, non ci costruì sopra una strategia di rilancio. Li tolse. E solo dopo quella sottrazione radicale emerse con chiarezza cosa valeva davvero. Non stava accelerando Apple. La stava svuotando. C'è una logica in quel gesto che vale molto oltre la biografia di un CEO: il problema non era aggiungere qualcosa di nuovo sopra quello che c'era. Era riconoscere che quello che c'era impediva di vedere cosa serviva. Oggi i professionisti si trovano esattamente in quella posizione. Solo che quasi nessuno se ne accorge. L'intelligenza artificiale è arrivata nei flussi di lavoro di avvocati, consulenti, commercialisti, formatori. La usano. La usano davvero. E però la innestano sopra i processi di prima : stessa logica, stessa sequenza, stessa identità professionale invariata. Il risultato è più velocità. Non più intelligenza. Fanno le stesse cose di prima, solo più in fretta. È un guadagno, certo. Ma è un guadagno di efficienza in un momento che chiede qualcosa di più profondo: un ripensamento. Perché il vero ostacolo non è tecnologico. È cognitivo. Imparare uno strumento nuovo è difficile, ma lineare: c'è un percorso, ci sono tutorial, ci sono corsi. Abbandonare un modo di lavorare che ha funzionato per anni, che ha costruito una reputazione, che è diventato identità professionale: questo è un'altra cosa. Richiede di fare spazio prima di riempirlo. Richiede di togliere, non di aggiungere. E togliere fa paura, perché nel vuoto non si vede ancora cosa ci andrà dentro. Eppure è esattamente lì che si trova il punto di svolta. Ecco, volevo dirtelo: ci sono passato pure io e so che non è affatto scontato. Per esempio, anche il mio sito personale era lì non modificato da anni. Come nell'era prima dell'AI. Per questo ho voluto rifarlo daccapo. Ho tolto tutto quello che facevo bene, ma che non era più la cosa urgente. Non per eleganza, non per rebranding. Per chiarezza: su cosa conta adesso, su chi voglio aiutare, su come. Il nuovo sito è andreabrugnoli.it. È la forma visibile di una sottrazione. È un bel processo mentale che ti invito a fare. La domanda che ti lascio è una sola: nel tuo lavoro, stai aggiungendo l'AI a quello che già fai? O stai avendo il coraggio di chiederti cosa, di quello che fai, ha ancora senso fare? Sono due domande diverse. Portano in posti molto diversi. Scrivimi nei commenti come la pensi. Mi interessa! Ogni settimana esploro questi temi nella newsletter e sul canale YouTube: se vuoi ragionarci insieme, il posto è youtube.com/@andreabrugnoli
Autore: Andrea Brugnoli • 6 aprile 2026
Per anni forse l’avevo usata come si usa un motore di ricerca con la laurea. Domanda, risposta, prossima domanda. Veloce, efficiente, rassicurante. Così oggigiorno uso Perplexity. Avevo l'impressione di sapere già cosa volevo e di ricevere esattamente quello. Poi un giorno usando Claude di Anthropic mi sono accorto di una cosa strana: stavo cercando di spiegarle qualcosa di complesso, un progetto ancora nebuloso nella mia testa, e a un certo punto ho smesso di darle istruzioni. Ho iniziato a parlarle. Come si parla a qualcuno che capisce davvero cosa hai in mente, anche quando tu stesso non lo hai ancora del tutto chiaro. Da quel momento qualcosa è cambiato nel modo in cui lavoro con lei. Ora non le chiedo più. Da tempo. Ci ragiono insieme. E questo, lo ammetto, mi costa molto di più. Non in tempo, ma in testa. Richiede una presenza cognitiva continua, una chiarezza strategica che prima non mi era necessaria perché delegavo anche il pensiero. Adesso no. Adesso devo sapere dove voglio andare, anche quando non so ancora come arrivarci. A volte non lo so nemmeno all'inizio, e lo scopriamo insieme, strada facendo. Ho ripensato alla maieutica di Socrate. L'ostetrica che non partorisce al posto tuo, ma crea le condizioni perché tu possa farlo. L'AI funziona così, quando la si usa bene: non dà le risposte migliori quando le fai le domande migliori. Le dà quando ti fa lei le domande giuste. Quando ti costringe a precisare, a scegliere, a escludere. Quando il dialogo diventa il metodo, non solo il mezzo. C'è una cosa che mi ha colpito di questa transizione: ho smesso di sentire i limiti dei task. Non perché l'AI faccia tutto, ma perché ho capito che il vero lavoro è a monte. Preparare i dati nel modo giusto. Costruire il contesto. Capire come ragiona per poterla guidare quando cala, e riconoscere quando invece è inutile insistere. È una competenza nuova, che non ha un nome ancora, ma che assomiglia molto a saper dirigere senza suonare. Mi chiedo quante persone la stiano ancora usando come un Google più costoso e più educato. E non lo dico con superiorità, perché anch'io ci sono rimasto a lungo. Lo dico perché quella modalità ha un tetto bassissimo, e il tetto non è dell'AI. L'AGI, quando arriverà, non sarà la macchina che finalmente pensa al posto nostro. Sarà quella che formula la domanda giusta prima ancora che noi la concepiamo. Quella che anticipa il bisogno. Per ora siamo ancora noi a doverlo fare. E forse è questo il punto: il momento più interessante di una tecnologia non è quando ci solleva dal pensiero. È quando ci obbliga a pensare meglio. Se queste riflessioni ti parlano, iscriviti alla newsletter e passa dal canale YouTube: youtube.com/@andreabrugnoli. Ci ragiono ad alta voce, ogni settimana.
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